Momenti in cui…

23 Gennaio 2012 Nessun commento

Ci sono momenti in cui ogni cosa diventa non dico inesistente, ma meno importante. Momenti in cui qualcosa che ci accade, ci fa sentire talmente felici o talmente tristi che tutto il resto non c’è. Semplicemente è come se diventasse trasparente, impalbabile. Tutto il nostro essere è riempito da quella gioia o da quel dolore così grandi, che gli occhi mi si riempiono di lacrime al solo pensiero.

Così che ogni acredine, ogni asprezza, ogni conflitto che magari ti sembrava ancora bruciarti dentro, in realtà diventano quello che sono. Fantasmi. Noi siamo pieni di fantasmi. Cose lasciate in sospeso, concluse solo per metà, che avrebbero avuto magari bisogno di una revisione. Rapporti lasciati andare, come l’edera impazzita sulle pareti di alcune case di campagna. Che cresce così, selvaggia. Punti in sospeso, lasciati appesi a quel dannato filo sospeso, perché l’altro, l’altra o gli altri non hanno avuto la forza, o il coraggio o semplicemente la voglia di affrontare. Parole non dette. A volte frasi intere. A volte discorsi.

Ma tutto questo, in alcuni momenti, diventa qualcosa di talmente chiaro da sbiadire. I successi e i fallimenti più grandi, quegli avvenimenti che hanno cambiato qualcosa in noi no. Quelli rimangono, momentaneamente infilati in un cassetto della memoria. Ma il resto, quello che in fondo già non contava in origine, semplicemente si presenta alla nostra porta per quello che è. Roba inutile. Cianfrusaglie, o poco meno.

Ecco, ci sono momenti in cui la sofferenza o la gioia ci aiutano a fare un po’ di pulizia dentro. E così, forse, ci rendiamo conto poi di quanto tempo sprechiamo dietro a quisquiglie senza senso e senza valore.

 

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Parola di Pascià

9 Gennaio 2012 Nessun commento

Ce l’abbiamo fatta! Abbiamo portato in Valle d’Aosta quel fantastico show di Rai Uno a Capodanno. Oh, ce l’abbiamo fatta. Anche se in realtà io non ho fatto, nè deciso, proprio nulla. Nemmeno lo sapevo, come la stragrande maggioranza dei valdostani, oggi piuttosto indignati. Però vuoi mettere, il buon “lampadatone” di Carlo Conti, quest’anno, se l’è trovato sul palco Courmayeur, o forse New Milàn, se preferite. Perché, soprattutto nel mese di dicembre (ma non solo), di valdostano Courmayeur ha poco o niente. E non esattamente da quest’anno. E comunque, quando meno te lo aspetti, ecco un modo geniale dei nostri carissimi amministratori (gente fuori dalla realtà, ma per davvero…) di buttare nel cesso i soldi (anche nostri, soprattutto nostri), in un momento che dire bruttino è veramente poco. Oh, ma tutti adesso verranno in vacanza nella Vallée, però, perché lo ha detto Carlo Conti. Ci saranno code chilometriche ai nostri costosissimi caselli della nostra costosissima e pessima autostrada. Code di persone che vorranno farsi rapinare, perché è piacevole: albergo, impianti, locali, ristoranti, negozi. E’ confortante sapere che quelli che ci amministrano, che dovrebbero essere avanti anni luce, non hanno ancora capito che ormai il turismo lo fa il passaparola, il giro del web, e non, anzi e soprattutto non la Rai.

E poi, cretino io, che non sapevo di essere un ricco privilegiato. Fortuna che il buon Aldo Grasso ci ha pensato a farmelo sapere, così, sebbene ho sprecato 33 anni, sono ancora in tempo per vivere da nababbo. Proprio lui, che leggo così volentieri quando, come questa volta, non parla a sproposito. Lo invito volentieri a casa mia, modesta, ma per cui pago un affitto stratosferico. Lo invito a mangiare una pasta fatta da me, con i soldi (che non sono palate) che mi guadagno lavorando 40 ore alla settimana, facendo un lavoro di una certa responsabilità, seppure inquadrato come impiegato di concetto: 5° livello (ma non mi lamento, perché comunque ho la fortuna di averlo, un lavoro). Lo porto persino a fare un giro sulla mia macchina di piccola cilindrata, che finirò di pagare tra qualche anno, forse. E magari gli presento qualche amico disoccupato, o cassintegrato, che è tornato a vivere con i propri genitori, perché non riusciva ad andare avanti. Certo, se il signor Grasso conosce solo ricchi alberghieri con il Super Suv, o altrettanti ricchi consiglieri regionali, assessori, o politicanti vari, beh, allora siamo tutti davvero dei privilegiati. Forse qualche privilegio lo avremo anche, ma non bisogna nemmeno scordare che la vita, qui, è più cara che altrove. Però ha ragione, se questa (e il circo di pagliacci del 31/12 ne è una prova evidente) è l’immagine che diamo di noi. Come quando andavo all’università, a Torino, e la gente, sapendo che ero valdostano, mi chiedeva se avevo una stalla e le mucche, perché era convinzione comune che ogni buon valdostano dovesse per forza essere un pastore, o un agricoltore.

Dunque, sono un privilegiato. Io, figlio di immigrati veneti che hanno lavorato in fabbrica e prima ancora nelle miniere. Che hanno vissuto nella povertà. Sempre io, che, assieme a tanti altri valdotains, ho sentito un notevole giramento nelle parti basse quando solo all’ultimo ho saputo del bel veglione di capodanno Rai, e un’altrettanta irritazione sempre nelle stesse parti quando ho saputo quanto il giochino è venuto a costare alla Valle d’Aosta. E ancora io, che, onesto contribuente (a differenza di tanti altri, e non solo valdostani), ho visto i miei sacrifici impiegati in questo circo di pagliacci mediatici, mentre, incazzandomi come un puma, venivo a sapere che sono state tagliate le ore di sostegno agli studenti disabili (figli di altrettanti contribuenti onesti), o prendevo atto di come le strade non venivano pulite a dovere alla prima nevicata (in una regione di montagna), che mi indegnavo di fronte al come vengono gestiti gli appalti per lo sgombero della neve. Pensate che cretino, dicevo, che oltre ad essere a mia insaputa ricco e privilegiato, mi scopro anche spendaccione. Certo perché, la storia insegna, forse chi amministra rappresenta tutti, anche me (nonostante non sia stato io a chiederlo). E noi tutti, ma proprio tutti spendaccioni benestanti valdostani, eravamo lì, a sorreggere la pesante penna con cui il nostro Presidente ha firmato gli accordi con la RAI. E buon anno.

 

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Vita da cani

10 Ottobre 2011 3 commenti

“Questo post nasce dall’incontro fortuito con un cane mentre camminavo per le vie di Vercelli, questa mattina. Avendo del tempo libero, ne ho osservato il passare attraverso le vie del centro, ed ho provato ad immaginarne una giornata-tipo.”cane

Mi sveglio per l’ennesima mattina sul mio tappetino ormai logoro, sotto al termosifone del salotto. Qualcuno ha lasciato un pò di pappa da sbocconcellare, e questo è un bene, vista la fame che mi ritrovo. Nonostate il mio solito e dannatissimo male alla zampa riesco a trascinarmi fin fuori da questo appartamento che conosco da quando ero cucciolo, e a cui sono tutto sommato affezionato.

Da quando il vecchio è malato,le cose si sono messe davvero male.

Niente più passeggiate, niente più coccole. A malapena qualcuno si degna di venire a pulire la casa, a cambiare l’aria e a dare la pappa a me e a lui. Il vecchio è solo al mondo, non ha che me. Non fosse per la signora del piano di sotto, il vecchio e io saremmo perciò soli ed abbandonati a noi stessi. Due poveri vecchi malati.

Come ogni santo giorno scendo le scale a fatica ed esco dal portone, per buttarmi tra le vie del centro. La gente mi guarda, forse perché sono solo, o forse perché la mia andatura storta, con questa zampa anteriore che ogni tanto si blocca e che devo buttare tesa in avanti come in goffo saluto romano, attira l’attenzione. E mi fa perdere il ritmo del piccolo trotto. Una volta sì che era diverso: la mia andatura era fiera, quasi nobile, con il muso all’insù, dritta come un fuso. La gente mi accarezzava prima perché ero un cucciolo, poi perché avevo un pelo morbido, lucido e bellissimo. Oggi passo per lo più inosservato, attirando la mia dose di pietà quotidiana. Nessuno se la prende con me, nemmeno se faccio una pisciatina tra i vasi messi ordinati luogo la via. Anzi,tutti si chiedono di chi sarò, perché sono in giro da solo, e maledicono il vecchio (anche se non lo conoscono) perché mi ha abbandonato. Io elemosino qualche carezza, un pò di quelle coccole che mi ricordano la bellezza del contatto fisico con il calore umano. Non voglio che sappiano che il vecchio sta male, senò forse non farei più tenerezza come adesso.

All’ora della pappa, mi faccio uno spuntino tra i resti buttati dalla porta sul retro della cucina di una signora che urla sempre. Lei dirige una piccola osteria, ma si vanta come se fosse il Grande Hotel, anche se nei modi ricorda più una zotica che una gran dama. Tuttavia mi è cara, perché secondo me sa che passo per di là all’ora di pranzo. Infatti, diversamente dalle prime volte, oggi mangio in un comodo piatto fondo.

Una volta pranzato, faccio un nuovo giro-bisogni, e poi mi piazzo sotto i portici di una piccola piazza, dove le pedane in legno mi trasmettono più calore che il marmo, e mi faccio un pisolino. Anche qui, la gente mi conosce, e tuttavia ogni santo giorno mi chiede, come se potessi rispondere, di chi sono e da dove vengo. E, ovviamente, maledicono il vecchio che mi ha abbandonato.

Tiro avanti così fino a sera, quando mestamente risalgo i gradini e mi rituffo nell’appartamento che tanto conosco, che sa di me, di vecchiaia e di malattia. Faccio un giretto nella stanza del vecchio, che una volta mi era interdetta, mentre oggi non ci bada più nessuno. Cerco di arrivare al bordo del letto, per ricevere la buonanotte del vecchio come fosse una benedizione papale. E poi via, verso il mio logoro tappetino da notte.

Un altro giorno.

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Lo chiamavano “Tom Mix”

6 Settembre 2011 1 commento

anzianiDomenica sono stato a pranzo dai miei, per festeggiare il compleanno di mio fratello, più grande di me di quattro anni. La sorpresa più bella è stata che c’era anche il mio unico nonno rimasto, 89 anni, ex partigiano garibaldino, vedovo da moltissimi anni, da quasi un anno ospite di una struttura di accoglienza per anziani. Quest’ultimo tratto è quello che non da requie a mia mamma (sua figlia, per intenderci) che si sente in colpa per averlo messo in quella struttura. Ora, non potendo stare da solo, non potendo prendere una badante a tempo pieno e non volendo essere ospitato da una delle due figlie, non è che ci fossero molte alternative. E poi lì dov’è è viziato e coccolato, tutti i giorni una delle due figlie va a passare il pomeriggio con lui, e ogni tanto ci capitiamo anche noi nipoti (io un po’ di meno, ahimé, lo ammetto).

Ma non è questo che mi ha fatto riflettere. Ero contentissimo di rivederlo, era da un mesetto che non lo vedevo. Mio nonno è sordo, e quando ci si deve parlare bisogna gridare oltre ogni misura. Che poi, voglio dire, oltre che sordo è anche molto furbo. Perché quello che vuole sentire lo sente, anche se detto a voce più bassa. Un mito. Più gli anni passano e più torna bambino. E più diventa fragile, ingenuo, “lontano”. Cavolo, mio nonno ha fatto la Resistenza, ha dormito all’aperto, sulla nuda roccia. Il suo nome di battaglia era “Tom Mix“, preso da un attore di film western dei primi del ’9tom00. Si è nascosto dentro una bara in un cimitero, per sfuggire ai tedeschi. E’ scappato in mutande per i tetti del suo quartiere, rifugiandosi da pietose mondine che di nascosto gli hanno dato cibo, vestiti e scarpe. Ha visto sfilare, il giorno della Liberazione, i suoi compagni d’arme, o meglio quelli che erano rimasti, mentre lo stendardo a capofila lo portava un ragazzino di 14 anni che aveva perso tutta la famiglia in guerra. Mio nonno è quello che quando per scherzare io e mio fratello gli facevamo il “saluto romano” apposta per farlo arrabbiare, andava su tutte le furie imprecando e ammonendoci di non farlo nemmeno per scherzo…e poi, io non aspettavo altro, cominciava a raccontarci storie di guerra. Storie allegre, tristi, ma soprattutto vere (a volte gonfiate un po’, ma ciò le rendeva ancora più belle).

Oggi mio nonno è un Vecio. Che teme la morte come mai nella sua vita. Che non si fida di dottori ed infermieri. Che ha paura che il vicino di stanza lo contagi. Che guarda storto l’OS che ha i dreads, o quella straniera. Che piange ogni volta che, dopo una visita, andiamo via. Che non ricorda bene che io sono il nipote sposato. Che ogni tanto ha un’ingenuità che sfiora il comico. Che ha riposto “Tom Mix” in un angolo della sua memoria scalfita dall’età, assieme alla sua forza, alla sua gioventù, al suo entusiasmo. Un anziano fragile, di una fragilità che mi fa commuovere. Uno specchio che mi ricorda che questa vita è una parabola. Che, se si ha il culo di arrivare ad essere anziano, quella parabola, dopo una breve ascensione, torna inesorabilmente a scendere.

Che bisogna “vivere, e sorridere dei guai, così come non hai fatto mai, e poi sperare che domani sarà sempre meglio“…

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Un pomeriggio d’estate – terza parte

27 Agosto 2011 1 commento

indexAvvicinandoci alla scala di legno, marcia e già parzialmente distrutta, acquisiamo automaticamente la consapevolezza di due cose. La prima: l’idea di salire al piano di sopra è qualcosa che rasenta la follia. La seconda: nonostante tutto non siamo intenzionati a desistere. Anzi.

Il primo passo lo fa Franci, muovendosi come al suo solito con una certa goffaggine. Lo ringraziamo tutti silenziosamente, perché in qualche modo riesce così a spezzare un po’ la tensione. Il Cugino è pallido come un lenzuolo, e sembra che il suo unico desiderio sia quello di non averci mai chiesto qualcosa di emozionante. Noi siamo tutti concentrati sulle scarpe di Franci, per vedere se prima o poi sprofondano nelle scale di legno marcio. Invece nulla. Gradino dopo gradino Franci arriva a metà della scala, si ferma, e si volta a guardarci, più stupito che altro. “C’é qualcosa, qui, ma non capisco cosa”, ci dice osservando nell’oscurità del piano superiore. “Qualcosa che si muove, forse, ma forse mi sbaglio”, aggiunge con una risatina isterica. Di colpo, come una secchiata di acqua gelida, il terrore si impossessa di tutti noi. Improvvisamente la voglia di caldo, sole e cicale diventa qualcosa di imperativo, di cui non si può più fare a meno. Eppure al tempo stesso c’è in tutti noi, o quasi, visto che il Cugino è ormai più simile ad uno spettro che ad un ragazzo di 13 anni, la voglia di vedere, conoscere. Senza rendercene nemmeno bene conto, io, Claudia ed Emi siamo già a metà delle scale, tra scricchiolii e puzza di muffa e umido.

Affacciati alla stanza di sopra, grande come quella sotto, evidentemente più bassa perché sotto tetto, otto occhi cercano di definire l’oscurità, dandogli dei contorni più nitidi. Una vecchia cassettiera, piuttosto malconcia e a cui manca uno dei tre cassetti, è appoggiata lungo la parete alla nostra destra. Sul tetto, si aprono alcuni buchi da cui filtra la luce del sole, che tuttavia rimane insufficiente ad illuminare completamente la stanza. In fondo, di fronte a noi, una vecchia finestra con i vetri infranti ci fa vedere un grosso albero in fiore che sta accanto alla casa e al tempo stesso fa entrare quel poco di aria che tuttavia rimane insufficiente a cancellare l’odore stantio di muffa e legno marcio. Alla nostra sinistra, infine, la fonte dei dubbi di Franci: un vecchio letto, la cui struttura a baldacchino in ferro battuto è oramai vecchia e arrugginita, uno scheletro fluttuante nell’ombra. Niente materasso, ma una discreta quantità di fieno buttata sulla rete, che sembra nascondere quel qualcosa in movimento.

Dal piano di sotto, quasi impercettibile, ci arrivano le parole del Cugino, che sembra ormai essere a chilometri luce da lì. Non capiamo quello che continua a ripetere, e, con un tocco di malignità, ci osserviamo compiaciuti. E’ da quando siamo lì che sembra prossimo alla svenimento, e questo, dal nostro punto di vista, ne fa un moccioso tutt’altro che prossimo all’adolescenza ribelle di cui va tanto vantandosi. Quel filo di voce, alla quarta o quinta volta, si fa udibile all’orecchio umano. Al nostro orecchio. “…odore…zia”. Ancora nulla di chiaro. “E’….odore…ta…zia”. Niente.

Sara, che nonostante il buio è luminosa come sempre (e per la quale ammetto di avere una piccola cotta), appoggia una mano sulla spalla del Cugino, e chiede: “Cosa? Zia cosa?”, mentre si fa ancora più pallida di quanto la sua pelle diafana già non sia di norma. Il Cugino non si volta, non la osserva, ma rimane a fissare un punto nel vuoto davanti a sè, e ripete:  “E’ l’odore…l’odore che c’era quando è morta mia zia”.

Tutto il resto è un ricordo sfocato. La percezione di un profumo, forse di tiglio, in tutta quella puzza di umido e vecchio. Lo scambio di sguardi, da noi al mucchio di fieno. La suggestione di un gruppo di bambini delle elementari, facilmente eccitabili così come impressionabili. La corsa a rotta di collo verso casa di Claudia. Le lacrime agli occhi. La paura. Il fiatone. Le risate dietro ad un panino con la nutella e un succo di frutta fresco di frigo.

Un ricordo sfocato, fatto anche di silenzio. Nessuno di noi, da quel giorno, ha parlato mai più di questa cosa. Ed è strano, perché non c’è nulla di cui non si debba tacere. Nulla di sovrannaturale. Forse è per il duro colpo subito per aver ceduto alla paura. Forse solo perché doveva essere dimenticato.

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Un pomeriggio d’estate – seconda parte

12 Agosto 2011 3 commenti

Siamo dentro alla casa prima ancora che le nostre riflessioni abbiano raggiunto un punindexto da qualche parte nell’universo delle responsabilità. L’0nore prima di tutto. Si tratta di non passare per quelli che hanno paura di mamma e papà, che temono la loro autorità e non sono in grado di scrollarsela di dosso nemmeno quando il loro sguardo è lontano. Si tratta di fare vedere al Cugino che siamo superiori, slegati da vincoli, “selvaggi”.

Rispetto al mondo di fuori, qui è tutto più buio. Sebbene la casa stia andando letteralmente a pezzi, il sole filtra a fatica attraverso i fori dei muri e del tetto, creando una sorta di gabbia irregolare fatta di raggi di luce, visibili grazie alla polvere. I suoni sono attutiti dalle spesse pareti di pietra, e si fanno più forti solo vicino alla porta, scardinata, e alle finestre ormai ridotte a buchi di luce. Lo sbalzo di temperatura rispetto al caldo torrido dell’esterno è uno schiaffo vero e proprio. Fa ghiacciare il sudore dietro alla schiena, mentre noto che non sono l’unico ad avere la pelle d’oca. Mentre tremo in balia dell’ennesimo brivido, cerco, come tutti, di abituare meglio gli occhi all’oscurità.

Quelle che inizialmente erano ombre di dimensioni, colori ed intensità diverse, cominciano a prendere una forma più concreta. Ne nascono vecchie poltrone interamente sventrate, sedie in legno marcio così come il tavolo su cui non c’è nulla, all’infuori di una vecchia candela quasi interamente consumata, deformata da una fiamma che non vede da molto tempo. Le pareti sono spoglie, il pavimento interamente nascosto da un misto di polvere, terra e erba secca. Nel complesso non è una stanza molto grande. Sulla parete opposta all’entrata notiamo i resti di quello che doveva essere un camino. Poco distante dal tavolo un piccolo mobile, vecchio, sporco e senza una gamba, sembra reggersi in piedi grazie ad una corrente d’aria invisibile. Infine, nell’angolo sul fondo della stanza, tra due finestre irregolari, notiamo una vecchia scala di legno, marcia che sale al piano superiore.

I nostri sguardi si incrociano più e più volte, in un misto di paura ed eccitazione. Persino il Cugino, che fino a poco prima dimostrava una certa distaccata spavalderia, sembra essersi interamente calato nell’avventura. I nostri cuori battono forte, mentre i nostri occhi cercano di immagazzinare quante più immagini possibili. Vorrei attaccare con uno dei miei racconti dell’orrore, con cui spesso le sere d’estate, e in modo particolare la sera dei fuochi di San Pietro e Paolo, il 29 di giugno, intrattengo i pazienti che hanno voglia di stare ad ascoltarmi cianciare. Una delle mie poche capacità. Claudia sa tutto sugli animali, ci porta a vedere Renato, l’asino dello zio, cui possiamo persino dare da mangiare. Emi è quello che inventa oggetti e giochi, che ci fa costruire ed allestire in pomeriggi interi. Sara è la dolcezza fatta persona, Franci ci fa ridere sia perché è goffo, sia perché sa raccontare storie divertenti. Meno divertente è la sua situazione familiare, ma questo noi non lo sappiamo, e, forse per fortuna o forse no, al momento forse è meglio così. Insomma, ognuno ci mette del suo. Io invento storie. In questo momento nonostante l’eccitazione e tutto il resto me ne vengono in mente almeno tre, e la scenografia diciamo pure che è suggestiva, perfetta. Tre storie, tre inizi da sviluppare come meglio credo e riesco. Ma non è il momento, e lo capisco quando per l’ennesima volta incontro lo sguardo degli altri. L’attimo è delicato.

Osservandoci, capiamo che siamo tutti d’accordo. Tutti vogliamo vedere di più, spingerci oltre. Conoscere cosa c’è al piano di sopra. Siamo consci del pericolo, ma facciamo appello alla nostra incoscienza per non pensarci. Se tutto andrà bene, alle quattro e mezza saremo a fare merenda con pane e nutella e succo di frutta. L’unico a farsi titubante, adesso, è il Cugino. Lui è solo, non come noi.

(fine seconda parte)

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Un pomeriggio d’estate – prima parte

27 Luglio 2011 3 commenti

alberi campagna 1Sono le due e mezza di pomeriggio, e il caldo è torrido. Le cicale friniscono negli sterminati prati che circondano la casa di Claudia, che in questo periodo è il nostro luogo di ritrovo. In quel piccolo cortile ci siamo tutti: io, ovviamente Claudia, e tutti quelli che fanno parte del gruppo di questa estate. Fino a prima della fine della scuola, eravamo per lo più in due o tre a ritrovarci per giocare,  soprattutto il sabato pomeriggio e, a volte, la domenica. Passavamo i pomeriggi a correre in mezzo ai prati, dapprima innevati e poi con l’erba sempre più alta, ma soprattuto a fantasticare, creando nelle nostre teste, con i nostri occhi sognanti, mondi bizzarri e colorati, diversi e popolati da creature diverse e inesistenti agli occhi dei più. Ma per noi esistevano. Il tempo di un pomeriggio, forse due. E poi tornavano a perdersi nella nutrita schiera dei personaggi da noi inventati. Lì, da qualche parte, trovavano una loro collocazione, per poi magari essere ripescati per un breve periodo, in un altro tempo, con un altro scenario.

Ognuno metteva del suo: chi, solitamente le femmine, davano un tocco di rosa ai personaggi e chi invece li rendeva bui, sporchi e cattivi, pieni di aculei velenosi e di bave acide. Chi se ne fregava, e si limitava al minimo sforzo giusto per non essere escluso dall’ennesima fantasticheria.

Quel giorno il Cugino di uno di noi, che non abitava in paese, ma ci veniva qualche pomeriggio d’estate, ci aveva chiesto di fare qualcosa di emozionante. Niente dondolo e storie inventate, niente corse nel prato fingendo di essere in guerra. Niente arrampicata sugli alberi. Qualcosa di veramente emozionante. Detto, fatto. Poco distante dalla casa di Claudia c’è una vecchia casa abbandonata. Ma vecchia davvero. Di quelle fatiscenti, di pietra e legno, i cui pezzi cadono qua e là e dopo qualche tempo sono preda delle erbacce che senza ritegno sono cresciute tutto intorno.

Ci avviciniamo alla catapecchia con allegria, in un atmosfera eccitata e al tempo stesso spensierata. Il nuovo, ma non troppo, di un pomeriggio d’estate. Non è la prima avventura che facciamo nei dintorni, e non sarà nemmeno l’ultima. Arrivati alla casa ci guardiamo, indecisi. Sappiamo che se i nostri genitori scoprono che siamo lì ci puniscono severamente, perché le vecchie case sono pericolanti e quindi pericolose. Il Cugino, che un soffio divide dalla classica adolscenza ribelle, che lo porterà a frequentare brutti giri,  è fuori da quella nostra ingenua sacralità, dove ancora vige quel senso del proibito che chiude la bocca dello stomaco e fa rizzare i peli delle braccia. Lui se ne frega delle nostre remore, e ci invita ad infrangere quegli stupidi tabù e ad entrare nella casa. Cosa mai potrà accadere, in fondo…

(fine prima parte)

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Al Campetto

14 Luglio 2011 Nessun commento

Due sportivi, due ragazzi, per il calcio, sono pazzi. Son portiere, e attaccante, Holly e Benji,index

due speranze…” Holly e Benji – Cristina D’Avena

Oggi pomeriggio, al “campetto” (un campo normalissimo in cui noi ci ritroviamo per giocare a calcio), come spesso accade quando finisce la scuola, siamo piuttosto numerosi. A occhio e croce ci scappano due squadre da sei, forse otto. Senza portieri volanti, per di più. Qualche maglia per i pali, sotto con la conta dei passi per fare le porte, che siano più o meno uguali.

Il gruppo è eterogeneo, ce n’è per tutte le età, dalle elementari alle superiori, ma è così che funziona. Qui si gioca tutti quanti. Quelli delle superiori sono certamente più forti, anche se tra quelli delle medie c’è Roby, che ha una grande tecnica e un dribbling notevole. Tra i grandi abbiamo una serie di figure sulle quali è necessario fare una carrellata specifica. Citiamo per esempio Marco B., famoso per il suo lancio alla “viva il parroco” (come grida lui quando fa un lancio a campanile), ma soprattutto per lo “stop di culo”, che unisce risate, genio e sregolatezza. Oltre a lui, partendo da sinistra, abbiamo “Golia”, noto per il fatto di giocare in canottiera bianca stile “Baretta”, e chiamato così perché dalla suddetta (e sudata anche) canottiera riesce ad estrarre un quantitativo esagerato di caramelle “golia” alla liquirizia (singolarmente incartare, per fortuna). Non possiamo poi non citare il mitico Biagio, con il suo stile unico nello stoppare la palla, alzare la testa e cercare i compagni con tanto di mano tesa sulla fronte a coprire un sole che può esserci o meno, poco importa. Oppure, dribbling ubriacante in corsa con stop, superamento del pallone che rimane fermo indietro, mentre il nostro eroe prosegue la corsa senza palla, portandosi dietro l’avversario. Semplicemente un must.

Abbiamo poi ancora Stefano, detto “Il Lumino”, con una Marlboro rossa costantemente accesa in bocca, che si tratti di muoversi in motorino (senza casco, ovvio) o di giocare a calcio. Quando si fa buio, nell’oscurità della campagna, il Lumino dà la sua posizione grazie ad un piccolo punto di tabacco incandescente. C’è l’altro Stefano, rampollo di una numerosissima famiglia meridionale, che d’estate viene puntualmente chiamato a cena (con urla paragonabili solo al richiamo del coyote) all’imbrunire, ovvero verso le dieci e mezza, undici meno un quarto, mentre noi ci accingiamo ad entrare in zona Cesarini.

Oggi poi si sono presentati anche i temutissimi “Gemellini”, terrore delle feste di compleanno e famosi più per le legnate inaudite che sferrano a destra e a manca che per il loro gioco in stile gemelli Derrick. Come non ricordare il “Vanza”? Valdostano di quelli ruspanti, lavoratore della campagna fin dalla più tenera età, un fabbro senza precedenti nel calcio giocato, ma passato alla storia del paese per aver fatto, a soli 15 anni, il bagno in una vasca di acqua e barbera. Terzino implacabile, ha reso concreto il detto “o la palla o il giocatore, mai entrambi”! E nel suo caso di solito passa solamente la palla.

Chiudiamo infine la carrellata con Andrea, che per tutti noi è il Mito. Colui che, da fermo, riesce a cadere dalla bici. Colui che ha coniato il detto “se non caghi cagherai, se non pisci morirai”, non capendolo lui per primo ma facendosene ambasciatore fino allo stremo delle forze (e dello sforzo, direi). Colui che ci sa fare ridere grazie alle sue prodezze, intenerire per la sua ingenuità, e che ha un cuore grande così.

Ok, queste sono le premesse. Il match può avere inizio. I falli laterali sono i ruscelli che costeggiano il campo. I falli ci sono e non ci sono, dipende dalla gravità e in quanto tempo si rialza colui che lo ha subito (se si rialza, ovvio). Squadre miste, tutti giocano, turni in porta e la partita finisce quando è buio, ma talmente buio, che la palla non si vede più, e Stefano viene chiamato per andare a cena. Partiti!

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Le Schitarrate

6 Giugno 2011 1 commento

BOSPEDDS1ROLSe c’è una cosa che mi gasa oltre ogni dire, da sempre, quella sono le Schitarrate. Come spiegare, tipo quelle che, a raccontarle, sarebbero una serie infinita di “G” maiuscole (GGGGGGGG…). Quelle prodotte dal distorsore, oltre che dalla chitarra. Quelle che quando le senti avverti qualcosa come una scossa dietro alla schiena, che sale, sale come la corrente lungo la colonna vertebrale, e alla fine ti provoca un movimento in su e in giù della testa, seguendo il tempo. E che, in automatico, manco fossi un Big Jim, ti fanno alzare il braccino con la mano chiusa, ma non in un pugno, perché il pollice, l’indice ed il mignolo si rifiutano di chiudersi, stando ben tesi. Puoi cercare di fare il sostenuto, quello che sopra al rock’n roll ci piscia, con disprezzo anche, ma quando la serie di “G” arriva, arriva e basta. E non importa se quello è il tuo stile o no. Arriva.

Dai, su, avete presente quelle schitarrate che ci sono sempre nei telefilm quando il cattivone arriva a bordo della sua macchina, apre la portiera, e, assieme ad una coltre di fumo che non si capisce da dove dacchio arrivi, c’è un coro di schitarrate di quelle potenti che ne enfatizzano la cattiveria. Che poi chissà perché la schitarrata deve per forza essere sinonimo di cattivo. Mah. Vero che vorrei vedermi un cattivo ceh, sceso da una porche nera fiammante e cattiva, ma cattiva, rivela l’ascolto di “vola vola vola l’apemaia”, o del “Best of” di Valerio Scanu o di Peppino di Capri. Siamo seri, perdinci, sei un cattivo. Cattivo…e quindi meriti una serie indefinita di “G”. In proposito, ricordo quando andavo ancora alle superiori, che c’era un ragazzo strano, ma molto strano, che durante l’intervallo si aggirava avanti e indietro per i corridoi, con il walkman (ebbene sì, gente, niente lettore cd o mp3, ma il walkman, con tanto di autoreverse, magari!) a manico, cassettina degli AC/DC, anfibi, chiodo, jeans che per toglierli dovevi svitargli i piedi, e immancabile sguardo incazzato! Allora non lo capivo, guardando attonito la sua strana associalità (l’ho rincontrato di recente e sì, è una persona con dei problemi…), oggi invece ho compreso che era un precursore. Oggi infatti isolarsi è un must, anche se gli sguardi, nella maggior parte dei casi, da incazzati sono diventati vacui. Ma lui, il metallaro dell’intervallo, rimane un fottutissimo precursore. Per lui, e per le tante G profuse all’interno dell’Istituto Tecnico Commerciale (una volta si chiamava così…già), da amante del nu-metal, ma anche delle schitarrate in generale, braccio alzato, pugno chiuso, e pollice, indice e mignolo ben dritti…

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Credo

28 Maggio 2011 Nessun commento

luigi_xiv“Non siete stati voi, servi, che avete noleggiato, costumi da sovrani, con soldi meritati (…) e ciascuno di voi, implicato in ogni sorta di reato fissa il magistrato e poi giura su Dio…non sono Stato io!” Non siete Stato voi – Caparezza

Credo fermamente nella Costituzione Italiana, non perché sia filo-italiano, in un periodo in cui molti si fanno ultras nazionalisti, ma perché in questo Stato sono nato, e di questo Stato accetto le sue regole. Anche se, guardate bene in che Stato ci hanno ridotti!

Credo nella giustizia, anche se, essendo fatta da uomini per gli uomini (ubi civitas ivi ius), ha in sè moltissime lacune e altrettante contraddizioni. Di conseguenza, credo che tutti i cittadini, ma proprio tutti, indipendentemente dalla posizione che ricoprano o dal loro status sociale, siano assoggettati alla giustizia, e non al di sopra di essa.

Credo che gli italiani, forse non tutti, ma certamente la maggioranza, abbia la memoria estremamente corta. Che con noncuranza le persone rimuovano fatti di vita reale, ricordando magari chi era il primo personaggio di un reality show, ma scordando le porcherie e i torti che ci sono stati fatti, a favore di promesse dell’ultima ora. Promesse che non vengono puntualmente mantenute e, se sì, ad un prezzo esorbitante. Fatti di cronaca, di politica e di economia, truschini e imbrogli che vengono buttati in un dimenticatoio generale, tanto così si vive meglio.

Credo che chi, per difendersi, usa catalogazioni più o meno consistenti e più o meno credibili (comunista, bigotto, ecc…), sia in realtà una persona che non ha valide argomentazioni per intavolare una discussione equilibrata, volendo a tutti i costi imporre la propria ragione. Queste persone, credo, sappiano in cuor loro di essere nel torto, ma di non poterne sopportare le conseguenze.

Credo in Dio, nella Santissima Trinità e di conseguenza credo di essere cattolico, anche se il cattolicesimo ha i suoi limiti e le sue lacune. Credo infatti che il miglior modo per capire, dubitare e a volte criticare sia starci nel mezzo, conscio che la Chiesa è fatta di persone, e che queste, come me, non siano infallibili, anzi…

Conseguenza di tutto ciò è che credo che per poter cambiare ciò che non mi convince, che non apprezzo o che proprio mi fa schifo sia prendere parte, pur con le dovute cautele, al cambiamento, cominciando da me, dalle quattro mure domestiche per le quali pago regolarmente l’affitto ogni mese, dalla persona che amorevolmente le divide con me e le altre che, anche loro malgrado, con me hanno a che fare, in un modo o nell’altro.

Credo infine che la prepotenza dia cariche importanti e soddisfazioni oggi, ma prezzi alti da pagare, prima o poi. E credo che mi piacerebbe essere tra quelli che, al momento opportuno, vedono la faccia dell’arrogante di turno quando si trova di fronte al conto da pagare.

Credo alle fate, agli gnomi, ai folletti e a tutte quelle cose che mi garantiscono la fantasia che ogni giorno mi fa apparire il mondo meno duro, grazie a quegli speciali occhiali che me lo fanno vedere con gli occhi trasparenti di un bambino. Credo alle montagne, alla loro paziente imponenza, così maestosa e pacifica, che non conoscono l’arroganza se non quella di chi le sfida credendo di riuscire a domarle come docili agnellini.

Ah, dimenticavo. Credo che scrivere in poche righe gran parte del mio credo sia di per se riduttivo e svilente. Ma credo altresì che quanto scritto rimanga, casomai un giorno diventassi anch’io uno di quelli che, per un bieco interesse momentaneo, dimenticano ciò in cui credono.

Immagine da web

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